‘Chiamatemi Mister Cheeseburger’, 85mila inglesi chiedono di cambiare nome

Cheeseburger, Happy Birthday e Smiley, ma anche Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. In 85mila hanno fatto presentato richiesta l’anno scorso al Deed Poll Service inglese, riporta l’Independent, per modificare le loro generalità in modo particolarmente creativo. Il motivo? C’è chi ha semplice voglia di cambiamento ma anche, si legge sul sito, “chi è stufo di nomi impronunciabili, chi ha divorziato, chi vuole usare il suo nome d’arte o ha avuto gravi problemi economici”. Ma anche e pare sia questo il caso “chi vuole sfoggiare un nome più originale”.

Ricetta Paccari di Gragnano con seppie e friarielli

Ricetta gustosa e di grande soddisfazione. Ovviamente dipende tutto dalle dosi, ma con un piatto generoso fa tranquillamente da primo e secondo. Qui provata con i paccheri, ma molto probabilmente  i mezzi paccheri sono il formato migliore: accolgono ugualmente all’interno i pezzetti di seppia e la verdura, ma tolgono la soddisfazione, per i più golosi, di essere mangiati in un sol boccone. Provare per credere!

Il tegame con seppie e friairelliIl tegame con seppie e friairelli

Paccheri di Gragnano con seppie e friarielli

Di Virginia Di Falco

Ingredienti Ingredienti per 4 persone

  • 400 gr di paccheri di Gragnano
  • 500 gr di seppie
  • 1 spicchio di aglio
  • 1 piccolo porro
  • 5 cucchiai di olio extra vergine di oliva
  • 1 mazzetto di friarielli (o foglie di broccoli di rapa)

Preparazione Preparazione

In un tegame lasciate imbiondire nell’olio lo spicchio d’aglio (che poi toglierete) e qualche rotellina di porro, tagliata molto sottilmente. Aggiungete le seppie e fatele cuocere per qualche minuto. Toglietele dall’intingolo e tagliatale a strisce corte e sottili. A parte, nell’acqua che utilizzerete per cuocere la pasta, non appena sarà arrivata a bollore, fate scottare per un paio di minuti (non di più!) i friarielli. Scolateli con acqua molto fredda, in modo da non far perdere loro il colore verde, e mettete dunque a cuocere la pasta. Nel tegame fate andare a fuoco lento le seppie con la verdura per circa cinque minuti, aggiungendo – se necessario – un cucchiaio di acqua della pasta qualora il condimento dovesse sembrarvi troppo asciutto. Scolate i paccheri al dentissimo e spadellateli con le seppie e la verdura un minuto, prima di servirli.

Pizza napoletana patrimonio Unesco

La pizza napoletana patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco. L’arte dei pizzaioli napoletani è l’unica candidata italiana in corsa e la petizione per la sua incoronazione, lanciata dall’ex ministro Alfonso Pecoraro con la fondazione Univerde e dall’Apn-Associazione piazziuoli napoletani, sfiora i 700 mila sottoscrittori. L’obiettivo è raggiungere entro marzo un milione di firme così, a dare manforte al più amato dei piatti italiani, arriva la carica degli artigiani. Lunedì 22 pomeriggio la Cna-Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa presenterà a Napoli la sua adesione alla campagna, che già vede l’appoggio di associazioni come la Coldiretti e la Confesercenti, di celebrità, politici, chef e vanta persino la benedizione papale.

I maestri pizzaioli sfornano ogni giorno 8 milioni di pezzi, vale a dire quasi 192 milioni di pizze al mese e 2,3 miliardi di pizze l’anno per un giro d’affari di 12 miliardi di euro (dati Cna). Per quattro consumatori su dieci è l’abilità delle loro mani a fare la differenza, a partire da ingredienti poveri come l’acqua e la farina. Il segreto sta nella cura con cui viene lavorato l’impasto, un’arte tramandata di generazione in generazione nei forni (dove bastano un paio di euro per assaporare una fetta doc) così come nelle pizzerie al taglio (qui il prezzo sale a cinque euro) e nei ristoranti (dove si possono superare anche 10-12 euro per una margherita).

In tavola

Un primo di terra gustoso e ricco per dire addio con sobrietà ma anche con tanto gusto agli opulenti banchetti delle feste natalizie; in generale, uno spaghetto che strizza l’ occhio all’ inverno e ai sapori contadini.

Preparazione: 20 minuti

Ingredienti per 4 persone

– 400 g di Spaghetti di Gragnano
– una manciata di cime di rapa freschissime
– 120 g di guanciale di maiale nero casertano
– 80 g di pecorino romano DOP mediamente stagionato
– uno spicchio d’ aglio in camicia
– olio EVO, sale, pepe q.b.

Preparazione

Pulite accuratamente le cime di rapa avendo cura di separare i gambi più duri dalle cimette; disponete in una pentola di medie dimensioni una carota, un gambo di sedano e una cipolla bianca e i gambi delle cime di rapa che sono avanzati dalla pulizia delle stesse.

Riempite la pentola d’ acqua, aggiungete pochissimo sale portate a bollore.

In una piccola padella in alluminio, fate sudare il guanciale tagliato a tocchetti, avendo cura di sciogliere il grasso senza farlo seccare troppo; rimuovete i pezzi di guanciale e teneteli in caldo.

A questo punto, aggiungete se necessario un po’ d’olio EVO, e fate dorare lo spicchio d’ aglio in camicia; aggiungete le cimette di rapa e saltate il tutto per qualche istante.

Scaldate sul fuoco una larga padella di pietra, disponete su di essa gli spaghetti di Gragnano e risottateli aggiungendo pochissimo brodo alla volta.

Quando la pasta sarà ben al dente, unite le cime di rapa saltate col loro fondo di guanciale, il guanciale croccante e lasciate che i sapori si amalgamino aggiungendo, se necessario, un goccio di brodo.

Togliete dal fuoco e mantecate con abbondante pecorino romano DOP e un paio di giri di pepe nero.

Come dovrebbe essere la giusta piorzione che “mettete nel piatto”

Chi è costantemente a dieta lo sa. Si seguono le regole, si mangia molta frutta e verdura, evitando il cibo spazzatura eppure i chili di troppo sono ancora lì, a fare capolino su fianchi e fondoschiena. Il motivo? Forse non dipende dal tipo di alimento che mettete nel piatto ma dalla quantità. “Molte persone non sanno come dovrebbe essere la giusta porzione da consumare – afferma il consulente dietista e portavoce del British Dietetic Associatio Sian Potter al ‘Daily Mail’ – Anche i cibi sani contengono calorie e nonostante si facciano scelte salutari a tavola, ciò non significa che si mangi di meno”.

Nonostante le raccomandazioni di medici e nutrizionisti di mangiare almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, non esistono regole precise per capire qual è la porzione giusta. Secondo un recente studio della British Heart Foundation, negli ultimi 20 anni le porzioni dei piatti pronti, come le lasagne, sono aumentate del 50%, così come quelle di un biscotto medio che rispetto al 1993 è diventato più grande del 17%. Il risultato? Una porzione di biscotti aggiunge circa 3mila calorie l’anno alla vostra dieta.

Come fare allora per sapere qual è la porzione giusta da mettere nel piatto? La soluzione è proposta da Sian Porter, che assieme al quotidiano inglese ha stilato una guida per capire a quanto deve ammontare la porzione ideale, prendendo come unità di misura la propria mano. “Il vantaggio di usare le mani per capire quanto cibo mangiare è che si tratta di un metodo proporzionale – spiega Porter – Se sei una persona grossa avrai bisogno di una porzione più grande di cibo, considerando che anche le mani saranno proporzionate alla taglia”.

Ecco, di seguito, come calcolare la giusta porzione di cibo in base alla dimensione della propria mano e a seconda del tipo di alimento:

CARNE: PALMO DELLA MANO

Un piatto di qualsiasi tipo di carne dovrebbe essere grande quando il palmo della mano (escluse le dita) “Cercate di assumere una porzione di carne grande quanto il palmo della mano a ogni pasto – dice il dietista – in modo da ripartire la giusta dose di proteine per tutta la giornata. Ma attenzione a non mangiare più di 500grammi di carne rossa a settimana. Meglio optare per altri tipi di proteine come pesce, fagioli o legumi”.

PESCE BIANCO: L’INTERA MANO

Il pesce bianco come merluzzo, asinello e nasello sono poveri in grassi e calorie, quindi la porzione giusta più essere misurata prendendo come riferimento l’intera mano aperta, incluse le dita. “Il pesce bianco è ottimo perché è ricco di proteine e ha pochi grassi – afferma Porter – ha una piccola dose di omega 3 ma è un’ottima fonte di selenio, importante per il sistema immunitario e per mantenere unghie e capelli sani”.

SPINACI CRUDI: DUE PUGNI

Per gli spinaci crudi vanno bene due pugni, che corrispondono a circa 80 grammi. La stessa porzione vale per le foglie di insalata “Le verdure andrebbero mangiate in ogni pasto – sottolinea Porter – anche quando vi fate un panino, aggiungere due foglie di insalata non fa male”

FRUTTI PICCOLI: DUE MANI GIUNTE A COPPA

La giusta porzione di frutti piccoli come ad esempio lamponi e more può essere calcolata mettendo le mani a coppa, una quantità che corrisponde circa a 80g. “Di solito una confezione di mirtilli pesa circa 250 grammi, e corrisponde a tre porzioni – sostiene il dietista – Se mangiate più della porzione consigliata non succede niente, ma non dimenticate che frutti come l’uva, ad esempio, contengono molto zucchero”.

VERDURA: UN PUGNO CHIUSO

“Due pugni di broccoli – spiega il dietista – tecnicamente corrispondono a due delle 5 porzioni di verdura e frutta consigliate al giorno anche se è sempre meglio variare. Diverse porzioni di verdura riescono a riempire metà piatto”.

PASTA: UN PUGNO CRUDA

Potrà sembrare poca, ma una volta cotta la pasta raddoppia il suo peso, dato che assorbe l’acqua di cottura. Lo stesso discorso vale per il riso.

NOCI: UN PALMO

“Noci e semi costituiscono un ottimo snack, riempiono e contengono grassi insaturi, quindi buoni per il cuore – spiega Porter – ma attenzione alla quantità perché contengono molte calorie”.

PATATE: UN PUGNO CHIUSO

“Una porzione di carboidrati dovrebbe aggirarsi attorno alle 200 calorie per le donne e 250 per gli uomini – afferma Porter – Una patata di 180 grammi ad esempio contiene 175 calorie ma le patate al cartoccio di solito sono più grandi quindi meglio mangiarne una invece di due”.

PESCE AZZURRO: PALMO DELLA MANO

Come la carne, una porzione di pesce azzurro come salmone, sardine e sgombro dovrebbero corrispondere al palmo della mano. Ad esempio un filetto di circa 100 grammi fornisce 200 calorie. Una porzione a settimana garantisce la giusta quantità di omega 3 e acidi grassi alla vostra dieta. “A meno che non stiate cercando di perdere peso – assicura il dietista – una porzione leggermente più grande di pesce non fa mai male”.

BURRO: PUNTA DELLE DITA

Qualsiasi grasso come burro, olio e burro di arachidi dovrebbe essere non più grande di un cucchiaino da caffé o della punta delle dita e non superare le due o tre porzioni al giorno.

CIOCCOLATO: L’INDICE

Un pezzo di cioccolata grande come l’indice fornisce circa 100 calorie.

FORMAGGIO: DUE DITA

Una giusta porzione di formaggio dovrebbe corrispondere a circa 30g ed essere della lunghezza e della profondità di due dita della mano. Una porzione simile contiene circa 125 calorie e fornisce un terzo del fabbisogno giornaliero di calcio.

TORTA: DUE DITA

Una fetta di torta dovrebbe corrispondere alla lunghezza e alla larghezza di due dita, fornendo circa 185-200 calorie valide come spuntino o snack durante il giorno.

Patrick Ricci

Che ve ne pare di questo conubio? Broccoli e arance – amaro e dolce. Mi ha intrigato molto ed ho creato una pizza con fiordilatte, patate lesse a lamelle, broccoli al vapore, tocchi di arancia, sale a scaglie grosso naturale di Cervia e olio evo.

Ingredienti Ingredienti per 1 persone

  • 1 panetto di impasto per pizze
  • Fiordilatte
  • Patate
  • Broccoli
  • Arance
  • Sale grosso di Cervia
  • Olio evo

Preparazione Preparazione

Preparazione: 4 minuti
Stendere l’ impasto e condirlo con del fiordilatte, delle patate lesse a lamelle, dei broccoli cotti al vapore.
Cuocere la pizza nel forno per pizze.
Una volta tolta dal forno aggiungere dei tocchi di arancia e del sale a scaglie grosso naturale di Cervia e condire con olio evo.

Una ricetta semplice e gustosa

Spaghettini con acqua di limone, olio e provolone

Ingredienti Ingredienti

  • 280 gr di spaghettini
  • 3 limoni
  • Circa 1/2 litro di acqua
  • 100 gr di provolone del Monaco giovane
  • Olio extravergine q.b.
  • Pepe nero

Preparazione Preparazione

Mettere le scorze di limone a macerare in acqua per una notte, dopo questo tempo scolatele e portate a bollore il prodotto ottenuto. Aggiungere gli Spaghettini e un po’ d’olio e cuocete aggiungendo acqua se c’è bisogno. Infine mantecate con il formaggio ed ultimate il piatto con pepe e un goccio d’olio.

Doggy bag:portare a casa ciò che non consumiamo al ristorante

La pratica di portarsi via quanto spetta alla fine del pasto si chiama doggy bag, anche se gli avanzi presumibilmente non sono destinati al cane, o almeno non necessariamente. E comunque, in Italia si calcola che solo il 20% degli avventori chieda di potersi portare via gli avanzi. In realtà, tale pratica era assolutamente usuale in Italia fino al dopoguerra. Poi il benessere ci ha cambiato le abitudini. Al contrario, in Cina, il chiedere di portarsi via gli avanzi (si chiama “dabao” e significa “ “mi faccia un pacchetto”) è addirittura sinonimo di buona educazione. E’ una soluzione che gli americani trovano utile per non spadellare, ma che oggi ha anche il significato di un piccolo gesto etico che ridà il giusto valore al cibo in un “pianeta surriscaldato che fatica a trovare nuovi mezzi per nutrirsi” come avverte un recente reportage dal Messico  del  New York Times. . In Francia addirittura adesso è diventato un obbligo per i ristoratori che servono più di 180 coperti al giorno di mettere a disposizione la doggy bag per i propri clienti. Per inciso, ricordo che la ristorazione francese spreca qualcosa come un milione di tonnellate di cibo all’anno. Francamente, non si comprende perché l’obbligo sia stato introdotto solo per i grandi ristoranti, ma comunque resta il fatto che questa iniziativa è sicuramente destinata a far aumentare la sensibilità della popolazione riguardo al problema degli sprechi alimentari, dato che, secondo le stime, ogni francese tra le mura domestiche butta via dai 20 ai 30 chili di cibo all’anno, che equivalgono in totale ad un valore stimato compreso tra i 12 ai 20 miliardi di euro!

L’iniziativa del governo transalpino va di pari passo, da maggio 2015, con l’obbligo di legge per i supermercati con superficie superiore ai 400mq di donare alle organizzazioni no-profit ed ai banchi alimentari i prodotti in scadenza od invenduti. E, se non lo fanno, i gestori commettono addirittura reato rischiando due anni di carcere e multe fino a 75.000 euro! Da notare che il governo si è mosso a seguito di una raccolta fime on-line di Change.org che aveva superato le 200.000 adesioni. La Francia tenta così di combattere per legge gli sprechi alimentari almeno nella ristorazione e nella grande distribuzione.

Ed in Italia, va segnalata anche l’iniziativa illuminata della Provincia autonoma di Trento che ha distribuito quarantamila eco-vaschette ai ristoratori per consentire ai clienti di portare a casa il cibo non consumato.

Insomma i tempi sono maturi per parlare di doggy bag all’italiana ma noi, a differenza dei Paesi anglosassoni, abbiamo due questioni da affrontare:

1) Il trasporto a casa degli avanzi: nessuno rischierebbe di sciupare la giacca d’ordinanza per recuperare un pezzo di torta. Tanto si ricompra.

2) Pretendere i resti della tavola è una questione che poteva andare bene per i tipi ingenui degli anni 50 in un’Italia  che usciva da prove difficili, ma oggi siamo tutti un po’ snob e chiedere gli avanzi crea sempre un po’ di imbarazzo.

“Dire che il vino fa schifo è una bestemmia”

“E’ una ridicola offesa al mondo del vino, una mancanza di rispetto per chi fa il vino e per chi lo beve”. Al Bano, da anni produttore di vino nella sua Tenuta a Cellino San Marco, commenta così all’Adnkronos le dichiarazioni del decano dei cuochi italiani Gualtiero Marchesi che, in un’intervista a ‘Panorama’, ha dichiarato che il vino gli “fa schifo”. “Una battuta del genere – sottolinea il cantante – da un italiano non me la sarei mai aspettata, capirei se fosse un uomo che è nato in Antartide. Io la reputo una bestemmia”.

“Di nobile” in questa storia – sottolinea Al Bano – “rimane soltanto il cognome al plurale. Se fosse in vita Platone una risposta gliela potrebbe ben dare. Buon vino fa buon sangue – continua – io non so se ha buon sangue Marchesi e se non ce l’ha può venire a casa mia ospite quando vuole e ne discuteremo di fronte a un buon vino fatto da buona uva”.

“Il vino – osserva Al Bano – fa parte del Dna di tutti gli italiani tranne di qualche astemio come potrebbe essere Marchesi. Da sempre vino e olio sono le migliori medicine al mondo, fanno bene la salute. Il vino è anticancerogeno, basta già questo per prenderne un bicchiere al giorno o due. L’importante è non abusarne se no il vino si vendica e cercare sempre le buone e ottime produzioni che grazie a Dio in Italia abbondano. E’ finita l’epoca del metanolo, quello – conclude – è solo un bruttissimo e lontano ricordo”.

Sushi e sashimi, tutto quello che devi sapere (ed evitare)

Sushi, sashimi, tartare, carpacci e marinati conquistano sempre più persone. I consumi mondiali di pesce sono in forte crescita: l’impiego alimentare procapite è passato da 9,9 kg nel 1960 a circa 19 kg nel 2010. Ma quanto è sicuro mangiare pesce crudo o semi-cotto? “Il rischio è legato ad alcune malattie parassitarie, tra cui la più diffusa in Italia è l’anisakiasi (o anisakidosi)”. A spiegarlo all’AdnKronos Salute è Luciano Atzori, biologo ed esperto in sicurezza degli alimenti e tutela della salute.

“Questa malattia – precisa – è causata dalle forme larvali (sottili, di colorazione bianco-crema e visibili a occhio nudo in quanto lunghe circa 1-3 cm, spesso arrotolate su se stesse) di nematodi ascaroidei del genere Anisakis (dal greco diverso e punta-arpione), attraverso il consumo di pesci crudi, poco cotti o sottoposti a blandi trattamenti chimico-fisici non in grado di eliminare le larve. In passato questa zoonosi era conosciuta quasi esclusivamente nei Paesi dell’Est Asiatico (soprattutto in Giappone), ma attualmente si sta diffondendo in molti Paesi dell’Occidente”.

In Italia il primo caso di Anisakis è stato rilevato a Bari nel 1996, e “da allora si denota un incremento annuo dei casi soprattutto a seguito del diffondersi” della passione per sushi e sashimi. “In Italia il numero annuo reale dei casi di anisakidosi è sicuramente sottostimato – assicura Atzori -Il ciclo biologico del genere Anisakis si sviluppa interamente nell’ecosistema marino, quindi l’uomo rappresenta un ospite accidentale. Le larve, resistenti ai succhi gastrici umani, riescono a impiantarsi nella mucosa gastrica e intestinale umana originando fenomeni infiammatori in forma acuta (dolori addominali, vomito, nausea, diarrea) o cronica. In alcuni soggetti si verificano anche sintomi allergici (avvisaglie dermatologiche, eritema, edemi, eccetera), occlusione intestinale, versamento nel peritoneo, ascessi gastro-enterici. Quando le larve perforano la parete gastrica o intestinale e migrano verso altri organi, generano sintomi molto aspecifici a seconda della loro localizzazione. In tutte queste forme si possono avere manifestazioni allergiche sino a reazioni anafilattiche”.

Consumando pesce crudo si può incorrere anche nel Diphyllobotrium latum, che nell’uomo determina la zoonosi definita Botriocefalosi o Difillobotriosi. Questo verme piatto “è caratterizzato da un complesso ciclo biologico che si effettua nelle acque dolci. Il parassita adulto può vivere nell’intestino degli ospiti definitivi anche sino a 25 anni. Nell’uomo principalmente si fissa alla mucosa dell’ileo”. La sintomatologia interessa soprattutto l’apparato gastro-intestinale (nausea, vomito, diarrea, crampi addominali, costipazione, eccetera), ma può portare anche a perdita di peso, astenia, affaticamento e carenza di vitamina B12, con anemia perniciosa ipercromica nelle infestazioni croniche che durano anni. “In Italia i principali casi si sono verificati nei pressi dei grandi laghi del nord (lago Maggiore, d’Iseo e di Como) dove si ipotizza che questo parassita sia endemico”.

Anche l’opistorchiasi, zoonosi emergente causata dall’ingestione di larve di trematodi del genere Opisthorchis, è considerata una tipica parassitosi derivante dal consumo di pesce crudo d’acqua dolce (soprattutto ciprinidi come la tinca e la carpa). “Generalmente questo parassita, nell’ospite definitivo, si localizza nelle vie biliari dove in poche settimane evolve nella forma adulta, e può rimanervi per anni senza causare specifici sintomi. Altre volte determina dolori addominali (coliche biliari), difficoltà digestive, febbre, ittero ostruttivo, colecistite, colelitiasi, mialgia, cefalea, stanchezza, perdita di peso, eccetera. Le forme croniche possono causare l’infiammazione permanente dell’epitelio delle vie biliari che può essere concausa di iperplasia biliare e di colangiocarcinoma”.

Ma cosa fare per evitare le malattie da consumo di pesce crudo? “Sicuramente l’azione più efficace è rappresentata dalle alte temperature applicate ai differenti prodotti ittici. Temperature superiori ai 60°C per almeno un minuto sino al cuore del prodotto delineano lo spartiacque tra la possibilità di infestarsi e non”. Una soluzione non certo gradita agli amanti del pesce crudo. “Parecchi studi hanno dimostrato che la marinatura effettuata attraverso metodi tradizionali non rappresenta un metodo sicuro per la bonifica del pesce infestato. Per lo stesso motivo sono inefficaci anche la tecnica del carpaccio e della tartare. Quindi in queste preparazioni risulta necessario un preliminare e adeguato abbattimento termico a basse temperature”, raccomanda Atzori.

La salagione a secco può considerarsi un trattamento efficace contro le larve “solo se si raggiungono elevate concentrazioni di sale per lunghi periodi”, prosegue il biologo. Maggiore è lo spessore del pesce, o dei suoi filetti, più lunga dovrà essere la salagione (infatti può variare dalle 6 settimane nei filetti di alici sino a parecchi mesi in pesci di pezzatura maggiore). L’affumicatura a caldo (intorno ai 70-80°C per circa 3-8 ore), se ben effettuata, riesce a determinare la morte delle larve, efficacia che non si raggiunge con l’affumicatura a freddo. Quanto a sushi e sashimi, “è palese la necessità del trattamento di abbattimento termico”.

Quando si è al ristorante e si vuole consumare pesce crudo o preparato con tecniche che non offrono garanzie sanitarie, ecco dunque i consigli dell’esperto:

1) Accertarsi che il pesce crudo o poco cotto che si vuole ordinare sia stato acquistato già eviscerato e che abbia subito un adeguato trattamento termico come imposto dalla legge;

2) Avere conferma del fatto che il prodotto della pesca che ha subito bonifica preventiva, una volta scongelato non sia statò più̀ sottoposto a congelamento/surgelazione;

3) Abituarsi a eseguire un attento esame ‘ad occhio nudo’ del prodotto ittico che si sta per consumare, in quanto le larve dei parassiti spesso sono riscontrabili attraverso un attento esame visivo.

4) Masticare bene ogni boccone di pesce crudo al fine di avere maggiori possibilità di sopprimere le eventuali larve presenti e non visibili;

5) Evitare il consumo di pesce crudo nei ristoranti ‘mascherati’ da giapponesi, nei quali si denotano specifici particolari di allarme (come la scarsa igiene del personale, locali non adeguatamente puliti, scarsa applicazione delle corrette prassi igieniche, eccetera);

6) Preferibilmente consumare le specie ittiche a basso rischio di zoonosi quindi evitare lo sgombro, le sardine, le alici marinate, il tonno;

7) Ricordare che l’aceto, il succo di limone e altri comuni condimenti non hanno alcun effetto sui parassiti eventualmente presenti.

Insomma, “si può serenamente affermare che contro il pesce crudo non bisogna avere nessuna presa di posizione ideologica e neanche una sorta di sprezzo o sfida verso il pericolo, ma semplicemente la consapevolezza dei potenziali rischi e considerare l’abbattimento termico come un sicuro investimento verso la salute. Non va mai dimenticato – conclude Atzori – che si può inciampare sul comportamento di alcuni operatori furbetti, e che l’informazione e la sensibilizzazione degli addetti del settore risulta, assieme ai controlli sanitari, l’arma vincente per la corretta gestione del problema zoonosi da pesce crudo” (www.alimentiesicurezza.